La razionalità aziendale ha colonizzato i contesti educativi così in profondità che il soggetto che apprende è diventato variabile dipendente di un protocollo che lo precede, e il cambiamento che non si misura è, per definizione, un cambiamento che non esiste.
Il risultato è una ‘pedagogia della prestazione’: un sistema che esige competenze osservabili e tempi piegati alla tabella di marcia.
Ma il cambiamento reale è discontinuo, spesso regressivo in superficie mentre avanza in profondità. Essere educatori significa portare questa disposizione in un incontro asimmetrico.
Non si tratta di applicare un protocollo, ma di abitare una relazione, consapevoli che il futuro dell’altro sfugge a qualsiasi anticipazione.